. LA BIRRA ARTIGIANALE SI CELEBRA A “BEER ATTRACTION”, NONOSTANTE LA ZAVORRA FISCALE E NORMATIVA CHE NE IMPEDISCE LO SVILUPPO

Le iniziative di CNA e UnionBirrai per creare le condizioni di valorizzazione di un comparto giovane ma promettente

La giuria internazionale di Birra dell’Anno, concorso promosso da UnionBirrai, ha incoronato il piemontese Baladin “Birrificio dell’Anno 2017”, nella giornata inaugurale della terza edizione di Beer Attraction, a Rimini (18-21 febbraio).

Baladin è il “papà” di tutti i birrai artigianali italiani, l’inventore visionario, oltre vent’anni fa, di questa nicchia di mercato in costante crescita e uno dei più incredibili successi del settore agroalimentare italiano. Basti pensare che la selezione del concorso 2017 è stata il frutto del lavoro condotto da una ampia giuria, composta da 72 giudici sotto la guida di Lorenzo Dabove, in arte Kuaska, che ha valutato oltre 1300 birre prodotte dai 257 birrifici aderenti al concorso. Sono numeri da capogiro.

E se il vincitore assoluto Teo Baladin è, appunto, il padre indiscusso del movimento brassicolo artigianale italiano, scorrendo i nomi dei premiati appare evidente che grazie al concorso promosso da Unionbirrai riescono ad emergere nuovi nomi del panorama birrario italiano o semplicemente nuove realtà indipendenti per la prima volta in competizione.

L’edizione 2017, è legata, inoltre, al ritorno tra i protagonisti premiati dei birrifici del Nord Italia, in particolare dei territori di Piemonte, Lombardia, Trentino e Veneto, nonché del riscatto dei birrifici di montagna, in particolare della zona  alpina.

In Italia, secondo UnionBirrai, esistono circa 800 micro-birrifici, che arrivano a 1100 se si tiene conto delle cosiddette “beer firm”, i birrifici senza impianto di produzione proprio. Erano circa 700 nel 2014 e solo qualche decina vent’anni fa. Il settore dà lavoro a 3mila addetti che salgono fino a 5mila con l’indotto. Sul totale della birra prodotta in Italia la quota di “artigianale” è salita dall’1,1 per cento del 2011 (450mila ettolitri) al 3,5 per cento del 2016 (500mila ettolitri). Stimando un valore di 4,5 euro a litro il fatturato complessivo dell’artigianato birrario italiano arriva a 225 milioni di euro. Per una quota tra il 15 e il 20 per cento garantito dalle esportazioni.

Questa crescita è andata di pari passo con la concentrazione, nel portafoglio di grandi gruppi internazionali, anche di birre italiane “storiche”. E ha utilizzato al meglio il fenomeno delle tipicità locali e dei marchi territoriali, punti di forza del mangiare&bere Made in Italy.

Ma è tutt’oro quello che luccica? Assolutamente no perché questa storia di enorme successo, riconosciuta anche all’estero, è una storia che la burocrazia sta mettendo a rischio e che la politica non sempre dimostra di aver compreso.

A denunciarlo è la CNA che da tempo, con UnionBirrai, si fa carico dei problemi, fiscali e non, del settore. E che chiede al Governo di risolverli, o per lo meno attenuarli, tenendo conto che solo pochi mesi fa, in sede di discussione sulla Legge di Bilancio, il sottosegretario Pierpaolo Baretta aveva promesso norme ad hoc per sostenere i micro-birrifici. L’accelerazione post-referendum di dicembre dell’approvazione della Legge di Bilancio, però, ha messo quest’argomento fuori dall’agenda politica immediata.

Un esempio dei fattori che tengono bloccato il settore: sul vino non gravano accise, sulla birra sì. In undici anni il peso dell’accisa sulla birra è salito dall’1,65 euro per ettolitro per grado plato, vale a dire il potenziale alcoligeno, al 3,02 per cento. Proprio da quest’anno, finalmente, l’inarrestabile peso del fisco si è attenuato, sia pure appena dello 0,02 per cento. Uno sconto che non fa differenza tra multinazionali e micro realtà produttive. Una situazione difforme dalla realtà di molti Paesi europei: ai micro-birrifici l’accisa viene applicata in misura inferiore a quella italiana in venti Paesi dell’Unione su 28. 

Il fisco non è l’unica zavorra a frenare la birra artigianale italiana. La legislazione è tarata sui grandi birrifici. La CNA ha cercato, perlomeno sul fronte della determinazione dell’accisa, di facilitare la vita dei piccoli produttori proponendo l’introduzione di un contatore digitale per semplificare il calcolo del dovuto. Ma la burocrazia ha depotenziato fortemente questa semplificazione.

In pratica è successo che l’Agenzia delle Dogane, competente per la riscossione delle accise, ha emanato una determinazione nella quale si prescrive che il contatore vada inserito nella vasca del mosto e non alla fine del processo produttivo. Il mosto, però, ha bisogno di alcune settimane per arrivare a maturazione e diventare birra commerciabile: la determinazione delle Dogane, di conseguenza, impone al produttore un pagamento anticipato rispetto all’effettivo momento dell’imbottigliamento della birra. Non solo. Il mosto, nel diventare birra, perde intorno al 10 per cento del suo volume: il produttore, quindi, è costretto a pagare l’accisa su una quantità maggiore della birra che potrà mettere in vendita. Una doppia, amara beffa.

Un folto gruppo di deputati (primo firmatario l’onorevole Marco Di Maio, della commissione Finanze della Camera)  - accogliendo la sollecitazione della CNA - ha proposto di risolvere il problema all’origine, accertando la quantità di prodotto finito su cui calcolare l’accisa sulla base delle risultanze dei registri di scarico di magazzino, applicando delle riduzioni d’imposta ben più consistenti di quella inserita nella Legge di Bilancio 2017. Nella pdl si chiede di tagliare l’accisa del 50 per cento per i micro-birrifici che producono non oltre 5mila ettolitri l’anno, via via riducendo il “premio” fino al 10 per cento di riduzione dell’accisa per i micro-birrifici che producono tra i 40mila e i 50mila ettolitri l’anno.