. L’AUTONOMIA DEVE STIMOLARE LA CRESCITA ECONOMICA E AUMENTARE LA COMPETITIVITÀ DELLE IMPRESE

Presentato a Venezia, in Consiglio Regionale, il 7° Rapporto dell’Osservatorio economico CNA Veneto

“Parlare di autonomia non è per noi avere semplicemente maggiori risorse nelle regioni, ma avere risorse da trasformare in servizi efficienti per i cittadini e soprattutto per le imprese. Noi in Veneto cerchiamo di stimolare la Regione ad occuparsi e a mettere risorse su politiche per lo sviluppo e la nostra richiesta di autonomia è proprio funzionale a questa maggiore attenzione per il mondo produttivo”.

Questa è l’Autonomia che vorrebbero gli artigiani di CNA Veneto, tema sul quale ha posto l’attenzione il settimo Rapporto dell’Osservatorio Fisco e Territorio creato sette anni fa dalle CNA regionali di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, non a caso le tre regioni che hanno avviato il percorso per accrescere la propria autonomia e che attendono dal Governo una decisione che tarda a venire.

Il Rapporto è stato presentato ai consiglieri regionali del Veneto nel corso di un incontro a Palazzo Ferro Fini, presenti il Presidente del Consiglio regionale, Roberto Ciambetti, e quello di CNA Veneto, Alessandro Conte.

A porgere i saluti istituzionali, il Presidente dell’Assemblea legislativa Roberto Ciambetti che, nel ringraziare il Presidente di CNA Veneto Alessandro Conte e Alberto Cestari, ricercatore del Centro Studi Sintesi di Venezia, che hanno presentato il Rapporto, ha fatto riferimento “All’ennesimo e immotivato stop al confronto tra governo e regioni sull’autonomia”.

Ciambetti ha ricordato che nel Rapporto vi sono “dati emblematici che da soli basterebbero a smentire quell’insieme di stereotipi e banalità con le quali troppo spesso si parla con vasta ignoranza del processo autonomista in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Egoismo, radicato provincialismo, scarsa lungimiranza e ottusa visione degli scenari contemporanei, sono preconcetti a cui si ricorre con eccessiva disinvoltura soprattutto quando non si vuole guardare in faccia la realtà e affrontare un esame approfondito come quello che la Cna oggi presenta con dati sui quali occorre riflettere”.

A giudizio del Presidente del Consiglio veneto, la richiesta di autonomia non si presenta nelle nostre Regioni come “la secessione degli italiani ricchi” per usare le incaute parole che il Presidente della Regione Toscana ha affidato a Facebook mercoledì scorso”, ma come progetto strategico. Ciambetti ha ricordato che negli ultimi 15 anni la perdita di occupati nel manifatturiero europeo è evidente e tra quindici anni, continuando questo andamento, forse solo la Germania potrà essere considerata una realtà produttiva in grado di sedere al tavolo del G8.

“Con questo scenario potenziale chiedersi quale sarà la fonte della ricchezza, su cosa si baserà il nostro Pil non significa porsi una domanda inutile, significa chiedersi come vivranno i nostri figli, con quale tenore e qualità della vita. L’Italia si fonda sul lavoro, dice la Costituzione, ma senza lavoro,  senza industria, senza manifatturiero, l’Italia  è un Paese destinato a non avere prospettive, se non molto limitate, di sviluppo. In altre parole, bisogna dare una risposta alla domanda su quale sarà la fonte di ricchezza collettiva, se vogliamo raccogliere e affrontare quella sfida che negli anni Novanta Ralf Dahrendorf aveva già intuito: quadrare il cerchio tra benessere economico, coesione sociale e libertà politica, quadrare il cerchio per salvare lo stato sociale basato sulla democrazia, salvare la nostra Nazione basata sul lavoro. E fatta questa domanda a quanti parlano dell’autonomia come secessione dei ricchi, come primo passo di disgregazione del Paese dico che è molto più pericoloso quel sistema che oggi, per un paradosso tutto italico, sottrae risorse vitali per le regioni produttive, destinando gran parte della spesa pubblica, alimentata da una pressione fiscale insostenibile, a funzioni improduttive al servizio del non-lavoro: non è che fermando la locomotiva si dà modo di avanzare agli ultimi vagoni del treno Italia. Casomai, si avvia la decrescita più o meno infelice all’ombra della politica del No ad ogni innovazione: che si tratti di dotare il Paese di infrastrutture fisica vitali e all’avanguardia o di infrastrutture innanzitutto etiche come Regioni autonome, responsabili davanti ai cittadini della qualità degli investimenti e dei servizi e del modo in cui viene speso il pubblico denaro”, ha concluso Roberto Ciambetti.

Per CNA Veneto, alla luce del Rapporto, l’autonomia che le tre Regioni stanno contrattando con il governo deve costituire una leva inedita per stimolare la crescita economica e aumentare il livello di competitività delle imprese. In quest’ottica, l’autonomia diventa uno strumento al servizio delle Regioni per intervenire in maniera mirata e più incisiva sul gap infrastrutturale che penalizza le imprese, per incrementare l’attuale esigua dotazione di risorse per investimenti e sviluppo economico, per sostenere l’economia produttiva nei necessari percorsi di innovazione. Nella fase di definizione del processo di attribuzione di risorse e competenze, le Regioni dovrebbero dare priorità all’attuazione degli aspetti legati allo sviluppo economico e alla crescita. Solo in questo modo le Regioni saranno in grado di intervenire in misura più incisiva e strategica sul futuro delle rispettive comunità di persone e di imprese.

I dati finali dell’Osservatorio CNA, elaborati dal Centro studi Sintesi di Venezia, dimostrano, infatti, che le tre Regioni d’eccellenza italiane, tutte Regioni a statuto ordinario, sono tra le prime in Europa per valore delle esportazioni, ma tra le ultime per investimenti destinati allo sviluppo economico. A farne le spese, tra le voci più importanti, ci sono gli investimenti destinati alle aziende e quelli destinati alla ricerca scientifica.

Dalla ricerca emerge una competizione sempre più serrata tra le Regioni europee. Il budget del Baden-Württemberg, il ‘minore’ dei Länder presi in considerazione, è pari al doppio del bilancio della Lombardia (la ‘maggiore’ delle tre Regioni italiane esaminate). Sia in termini percentuali sia in termini di valori assoluti, il livello di disponibilità nel budget regionale per le spese di investimento vede un netto vantaggio per i Länder e per le Comunità autonome rispetto alle 3 Regioni italiane. Mentre la Lombardia ha il 5% del budget finalizzato agli investimenti (1, 18 miliardi di euro), la Baviera può mettere in campo per investimenti e sviluppo il 10,6% (più di 6 miliardi di euro) del proprio bilancio. In sintesi, la Lombardia può spendere per gli investimenti 119 euro per abitante, i Paesi Baschi 529 euro, la Baviera 466 euro. L’autonomia non è un fine a sé ma uno strumento per disporre di maggiori risorse per lo sviluppo e per la crescita, nel quadro di una salda unità nazionale. Solo così è possibile restare agganciati alle dinamiche della competizione globale e supportare l’intera Penisola nel suo percorso di rilancio.

Lombardia, Emilia Romagna e Veneto sono le Regioni italiane più competitive d’Europa a livello economico, produttivo e commerciale. La Lombardia è al 4° posto in Europa per valore delle esportazioni (circa 121 miliardi di euro nel 2017), dietro solo ai grandi Länder tedeschi del Baden-Württemberg, della Baviera e del NordReno-Vestfalia; l’Emilia Romagna occupa la 6° posizione in Europa per export per abitante (circa 13.500 euro), la prima tra le Regioni “non tedesche”; il Veneto figura invece all’8° posto tra le principali Regioni UE per quota delle esportazioni sul PIL (oltre il 38%), livello leggermente inferiore solo a quello del Baden-Württemberg.

Tuttavia, Baden-Württemberg, Baviera e NordReno-Vestfalia e gli altri Länder tedeschi beneficiano non solo di un quadro nazionale maggiormente competitivo rispetto al nostro, ma anche di maggiori competenze e risorse a livello regionale. L’Osservatorio CNA ha effettuato una comparazione dei bilanci delle tre Regioni con quelli dei tre Länder tedeschi e con i budget delle Comunità autonome spagnole di Catalogna, Paesi Baschi e Comunità Valenciana. In Germania e in Spagna, infatti, vige un sistema istituzionale consolidato che attribuisce significative competenze e risorse alle Regioni, non dissimile da quello che in Italia regola le Regioni a statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Valle d'Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige/Südtirol).

Questo divario si manifesta in tutta la sua evidenza considerando la spesa media per abitante, che nelle nostre tre Regioni si attesta tra i 2.300-2.400 euro, a fronte dei 4.700 euro dei Paesi Baschi e 4.400 euro del Baden-Württemberg e del Nordreno-Vestfalia. Il gap risulta ancora più accentuato con riferimento alle spese in conto capitale, che oscillano tra gli 88 euro dell’Emilia Romagna ai 132 per abitante in Veneto, ben poco rispetto ai 529 euro dei Paesi Baschi e dei 466 euro della Baviera.

La dimensione dei bilanci regionali di Veneto, Emilia Romagna e Lombardia in rapporto al PIL si colloca su livelli significativamente inferiori rispetto alla spesa media del complesso delle Regioni; nel 2017 il rapporto spesa/PIL del Veneto è -31% rispetto alla media nazionale, in Emilia Romagna -35% e in Lombardia -39%. Non è così nelle altre realtà territoriali di Germania e Spagna, Paesi in cui i divari di spesa tra Regioni sono significativamente più contenuti.

Dal rapporto emerge infatti che le tre regioni si caratterizzano per un basso livello di spesa pubblica in rapporto al PIL, e occupano le ultime tre posizioni della graduatoria. A fronte di una media del 39,1% sul PIL, nel 2016 la spesa finale  dell’operatore pubblico in Lombardia ammonta al 29,9% del PIL, mentre in Veneto e in Emilia Romagna risulta essere pari rispettivamente al 31,9% e al 32,5% del PIL, con le prime tre posizioni occupate da Calabria (59,3 %), Molise (57,2 %) e Sardegna (56,2%).

Le Regioni ordinarie hanno contribuito in maniera rilevante al risanamento dei conti pubblici nazionali mediante tagli ai trasferimenti e un inasprimento dei vincoli di bilancio: a fronte di una decurtazione dei trasferimenti statali di quasi 7 miliardi di euro, alle tre Regioni d’eccellenza è stato chiesto un contributo di 2,3 miliardi di euro, vale a dire 1/3 dei tagli totali. Rispetto al 2010, l’Emilia Romagna ha perso il 54% dei trasferimenti statali non destinati alla sanità, mentre Lombardia e Veneto il 48%. A pagarne il prezzo più alto sono stati soprattutto gli investimenti e le spese per lo sviluppo economico, e in particolare la ricerca scientifica: nei bilanci consuntivi per l’anno 2017 di Emilia Romagna, Lombardia e Veneto mancano quasi 1,7 miliardi di spese per investimento rispetto al 2008. Nel 2016 il calo degli investimenti si è attestato per il complesso delle tre Regioni al -43% (-39% in Lombardia, -44% in Veneto e -50% in Emilia Romagna). Si registra inoltre l’inesorabile caduta della quota della spesa in conto capitale sulle uscite effettive: tra il 2008 e il 2017 la quota di risorse regionali destinate agli investimenti è passata dal 7,3% al 3,6% in Emilia Romagna, dal 7,6% al 4,9% in Lombardia e dal 10,5% al 5,7% in Veneto.

Di questa quota, la percentuale impegnata per funzioni non sanitarie, tra cui lo sviluppo economico, sono scese dal 20,6% al 15,3% in Emilia Romagna, dal 34% al 14,9% in Lombardia e dal 30,6% al 17,1% in Veneto. Rispetto al 2008, nel 2015 erano stati fatti tagli alle spese per lo sviluppo economico di 59 milioni in Emilia Romagna, di 158 milioni in Lombardia e di 168 milioni in Veneto, con gravissime ripercussioni sui fondi destinati alla ricerca scientifica.

I dati dimostrano come l’applicazione del regionalismo differenziato comporterebbe un incremento dei bilanci delle tre Regioni di 9,9 miliardi di euro tra spesa diretta e fondi agli enti locali: 6,442 miliardi per la Lombardia, 3,346 per il Veneto e 0,136 miliardi per l’Emilia-Romagna. Nel 2017 le spese finali del complesso delle tre Regioni ammontavano a 46,1 miliardi nel 2017: a seguito dell’attuazione dell’autonomia, la crescita sarebbe del 22% e gli effetti sarebbero apprezzabili soprattutto in Lombardia (+27%) e Veneto (+29%), in Emilia-Romagna, invece, non si avrebbe un significativo aumento del bilancio poiché gran parte delle richieste sono collegate alla regionalizzazione dei trasferimenti statali.

È bene precisare che il regionalismo differenziato presuppone una forte assunzione di responsabilità da parte delle Amministrazioni regionali finalizzata a dare migliori servizi a cittadini e imprese, in virtù sia del fatto che si le Regioni sono enti prossimi ai cittadini, sia perché la gestione decentrata della spesa pubblica stimolerebbe un effetto “volano” per tutto il contesto economico territoriale.

Inoltre, i risparmi di spesa derivanti da una migliore gestione delle risorse pubbliche rispetto allo Stato non sono stimabili, anche se qualche indicazione sui benefici per l’economia locale può essere desunta da uno studio della Fondazione per la Sussidiarietà : tale ricerca, effettuata su 30 Paesi europei, ha dimostrato come un aumento del 10% del grado del decentramento della spesa pubblica stimoli una crescita del PIL procapite dello 0,64%.

CNA Veneto, ha più volte ricordato come le tre Regioni appresentino la parte economicamente più avanzata del Paese, contribuendo a generare circa il 40% del PIL italiano e rappresentando il 54% del totale delle esportazioni. La riduzione delle risorse finanziarie degli ultimi anni ha però irrigidito i bilanci regionali, limitando l’apporto allo sviluppo economico. Ciò ha contribuito ad ampliare il divario verso le aree economicamente più solide del continente come, ad esempio, i grandi Länder tedeschi.